mercoledì 20 settembre 2017

Insegnare le lingue - scandire la lezione in blocchi temporali

Bentornati a tutti, cari amici. La pausa tra l’ultimo post e questo è stata abbastanza lunga, ma la vostra insalata di lingue ha deciso di prendersi un po’ di tempo per organizzare al meglio le tematiche da offrire per i mesi a venire.  Accanto a scorci di vita reale a più registri linguistici e post di stampo più “tecnico”, ho deciso di introdurre un argomento che mi sta molto a cuore, e del quale credo sia anche utile parlare, per scambiarsi opinioni ed esperienze. Qualcuno di voi, come me, ha in calendario il lavoro di insegnante di lingua per adulti? Allora questo post farà decisamente al caso vostro! Che siate insegnanti navigati o novellini, è sempre utile confrontarsi su metodi e organizzazione delle lezioni.

Oggi voglio consigliarvi come suddividere una lezione di lingua in blocchi temporali sulla base degli argomenti che andrete ad affrontare. Lo trovo utilissimo perché io, alle prime lezioni, ero ovviamente piuttosto sprovveduta e per quanto conoscessi la materia, saperla condensare e plasmare all’interno di una determinata scansione oraria era un altro paio di maniche; alle volte mi sono ritrovata con programmi densissimi e la frustrazione di non essere riuscita a far capire tutto, o aver preteso troppo, altre invece con lezioni troppo rarefatte, e ho dovuto inventare disperatamente al volo un tappabuchi, per non lasciar cadere i minuti vuoti. Provare invece ad organizzare la lezione non solo per argomenti, ma anche per blocchi temporali, vi aiuterà moltissimo anzitutto a visualizzare il vostro lavoro, e sentirvi più sicuri una volta faccia a faccia, ed inoltre ad avere sotto controllo l’andamento della lezione, e far sì che gli studenti vi seguano. Anche se siete alla vostra prima lezione frontale, voi state offrendo professionalità, che si evince non solo dalla conoscenza dell’argomento, ma anche da come lo dominate e lo offrite ai vostri studenti. Naturalmente, questa pre-organizzazione è solo uno spunto, un canovaccio che vi guiderà nella fluidità dello svolgimento, non dovete pensare di seguirla alla lettera, né di stare lì con il cronometro e cambiare argomento quando scattano, ad esempio, i 20 minuti precisi.

Per scansionare al meglio la vostra lezione, occorre prima tenere conto di alcune importanti caratteristiche che riguardano la struttura stessa del vostro corso, ovvero:

-          Il numero dei partecipanti: in termini di tempistica, un corso individuale si differenzia moltissimo da un corso composto da, ad esempio, 15 persone: immaginate solo quanto scarto c’è tra esercitare un argomento con una persona, ed esercitarlo con 15 (15 volte lo stesso esercizio!);

-          L’età dei partecipanti: questa considerazione non nasce da nessun tipo di discrimine, ma solo dall’esperienza: IN MEDIA, più i partecipanti sono giovani, più saranno veloci e pronti, ma anche più facilmente si annoieranno. Viceversa, gli adulti hanno in media bisogno di qualche minuto in più per elaborare i dati, ma sono normalmente più interessati alla materia (nessuno li costringe a studiare, vengono volontariamente). Bilanciare questi due fattori sulla base dell’età media aiuta a strutturare lezioni il più possibile coinvolgenti, senza stress per nessuno.

-          Il tipo di supporto utilizzato: cosa usate per insegnare la lingua? Un classico libro di testo con esercizi guidati? Flashcards? Giornali e quotidiani per un corso di conversazione? Articoli di blog? Testi tecnici e specifici? Giochi? Il campo è ampissimo, e la possibilità di utilizzare anche materiali non concepiti specificamente per l’insegnamento è praticamente infinita. Anche qui, la variabile tempo è dipendente dal supporto utilizzato, un esercizio guidato in un libro di testo vi permetterà di calcolare il tempo che ci vuole a svolgerlo con un’approssimazione maggiore, una lezione basata su un gioco a squadre è piuttosto imprevedibile, un video ha già il suo minutaggio che si può completare con domande o esercizi ad hoc…

-          Bilanciamento lingua passiva/attiva: qualsiasi tipo di corso offriate, cercate di fare in modo che gli incontri non siano composti solo da voi che parlate/scrivete per un’ora e mezza, ma nemmeno che gli studenti debbano intrattenersi da soli mentre voi li guardate con l’aria serafica di un cherubino. Anche in un corso di conversazione, che difetta della parte scritta, o in un corso di pura grammatica, siate voi ad offrire vari spunti di comprensione, integrando argomenti noti con qualcosa di nuovo, e poi lasciate spazio alla pratica.
                                                                                                                                                        
Dopo avere riflettuto su queste variabili, andiamo a stendere un ipotetico “piano di attacco” della nostra lezione, più dettagliato di un piano di guerra a Westeros, più strategico di una partita a scacchi, più organizzato di Google Calender. Ipotizziamo, data la stagione ancora “fresca” dal punto di vista lavorativo, una prima lezione con un nuovo gruppo di studenti.

Tipo di corso: Italiano principianti
Partecipanti: 15, adulti
Durata: 1 ora e 30 minuti
Focus: presentazione reciproca, prime parole - saluti, frasi utili
Supporto: libro di testo classico

10-15 minuti: presentazione dell’insegnante, breve presentazione del corso e del supporto utilizzato (in questo caso abbiamo indicato un libro di testo classico, indicate loro anche l’ISBN e dove reperirlo). Se avete informazioni burocratiche/organizzative da dare (compilazione registri, liste e-mail ecc.) fatelo ora così ve le togliete di torno, e nel frattempo le persone si rilassano.

5-10 minuti: scrivete alla lavagna brevissime frasi utili per la presentazione personale (mi chiamo…, vivo a…, vengo da…, lavoro come…, ho… anni ecc.), ripetetele chiaramente in italiano e lasciate agli studenti un po’ di tempo per scriverle/assimilarle, poi…

20 minuti: fate fare un giro di presentazioni ; ogni studente dovrà fare una brevissima biografia di se stesso utilizzando le frasi guida scritte da voi alla lavagna. TIP ROMPIGHIACCIO: trovate un modo divertente per scegliere il poveraccio che parlerà per primo, tipo il gioco delle pagliuzze (chi pesca la pagliuzza più corta è il primo), oppure carte numerate con il numero dei partecipanti, parla per primo chi pesca il numero 1 e via a seguire. Questo tipo di giochini spezza l’atmosfera sempre un po’ tesa della prima lezione, e non dà a nessuno l’impressione di essere stato “preso di mira” dall’insegnante.

20 minuti: utilizzo del supporto: ora, utilizzate il materiale scelto, studiando un’esercitazione di una ventina di minuti, per rinforzare quanto appena fatto e lasciare che gli studenti trovino un riferimento da qualche parte. Un testo classico avrà sicuramente un’unità 1 per i principianti, che illustra come presentarsi: lasciatevi guidare dal materiale!

15 minuti: ora passate ad elencare i diversi saluti che si usano in italiano, suddividendoli come preferite: formali ed informali, giornalieri e serali, di incontro e di commiato… Scriveteli alla lavagna, così mentre scrivete i vostri studenti riescono a fare un po’ di pausa. Poi potete leggerli insieme, farli leggere uno alla volta, in gruppi…

10-15 minuti: rilassatevi e lasciateli rilassare negli ultimi minuti di lezione, con un po’ di small talk sulla classicissima ma sempre efficace domanda: ”Perché volete studiare italiano?” Lasciateli parlare a ruota libera, nella loro lingua, o se vogliono sfoggiare qualche parola di italiano che già conoscono lasciateli fare senza correggerli, questa piccola conversazione sarà utile anche a voi per conoscerli meglio, e preparare i prossimi incontri in maniera sempre più efficace.

Vi lascio un altro piccolo consiglio: usate il terreno fertile della lezione precedente per preparare la successiva. Ad esempio, qui avete nominato l’età? Potete far conoscere loro i numeri. Avete chiesto del loro lavoro? Che ne dite del lessico sulle professioni per la prossima volta?

E con questi piccoli spunti, vi auguro buon lavoro, colleghi insegnanti!



giovedì 24 agosto 2017

Kakkalakka

Oggi voglio condividere con voi un breve aneddoto. Un aneddoto che riguarda come ho conosciuto un amico, invero in maniera molto particolare, quando la Maxi (che potremmo definire, in questo caso specifico, “la contessa”), al primo anno di asilo in Germania, torna a casa dicendomi una cosa del genere: “Mama, du bist (tu sei) ein KAKKALAKKA!” La mia reazione, con perfetto aplomb inglese, è stata “e mo che è sta roba?!” La roba, o forse il robo, è questa:

Eccolo, il mio amico. Bellino, no?

Ora, pare che indagando presso la Maxi, il fascino di questa meravigliosa parola (che in realtà è Kakerlaken) risieda proprio in questa sua omofonia con Kaka – no, non il giocatore di calcio, è esattamente l’altra cosa che state pensando. Chiunque abbia a che fare con bambini in età da scuola materna, sa quanto fascino esercitino su di loro queste parole “sporche” e “proibite”. Uno scarafaggio cagone. Un caccascarafaggio. Sapete trovare qualcosa di meglio?


La cosa assurda però è un’altra: a me, nel sentire questa parola, viene in mente questa canzone:  

https://www.youtube.com/watch?v=kZzBd41NuZw


Apache Indian, chiedo venia ma niente, ormai questa è la nostra canzone dello scarafaggio cagone. Stacce. Boom Kakkalakka a tutti!

mercoledì 16 agosto 2017

Quale traduttore leggi?

In questi giorni agostani, cari amici, la vostra insalata di lingue ha subito una leggera battuta d’arresto, non tanto per il famoso caldo estivo tedesco (16 gradi quando andava bene, nei giorni scorsi), ma più che altro per la conoscenza approfondita della malattia dal simpatico nome Bocca-Mani-Piedi, che ha decimato la famiglia a partire dalla piccola Mini per finire a Marito. Maxi a parte, che se l’è cavata con un giorno di febbre, noialtri siamo diventati adorabili ghepardi, anche un filo arrabbiati, aggiungerei.

Ho comunque preso la palla al balzo della maggiore rilassatezza della stagione estiva (sempre altrove), pensando che una piccola pausa non ci sarebbe stata affatto male in una fila di giorni in cui ci si dedica di norma a svago, relax, hobby e passioni. E proprio di passioni vengo a parlarvi oggi: uno dei miei maggiori interessi è, senza alcun dubbio, la lettura, ed è un’attività che ben si presta alle lunghe giornate estive, quando fa troppo caldo anche solo per muovere un piede e lì, su un’amaca sotto un paio di alberi frondosi, o su un divano in un salotto ombreggiato, o dove volete, con un libro in mano si sta proprio bene.
Voglio quindi offrirvi un paio di consigli di lettura, ma non la classica recensione, ovviamente: voglio consigliarvi un paio di libri, notevoli, non soltanto per le autrici che li hanno scritti, ma anche per le traduttrici che li hanno tradotti. Dubito che molte persone, nella scelta di un libro da leggere, si soffermino su chi ha tradotto il testo. Ciò ha un senso, in realtà : il traduttore non è un autore, nemmeno un co-autore, e non deve esserlo. La sua presenza deve sparire dietro l’autore, il suo lavoro è prestargli le parole migliori nella sua lingua madre, limitandosi a rendere al meglio la versione originale, un po’ come i doppiatori prestano la voce agli attori. Per dire, se un autore vi fa schifo non è colpa del traduttore, no no, è proprio l’autore che scrive da cani! Eppure questo lavoro artigiano, fatto di infinite limature, di notti insonni sulla migliore coniugazione da usare, di crisi di disperazione per capire quale tempo verbale usare (non tutte le lingue hanno gli stessi tempi verbali passati, ad esempio), e tutto per rendere giustizia ad un testo che permetta di essere letto senza dover dire “to’, arrangiati e leggitelo in originale se ti interessa!”, ecco, questo lavoro merita un po’ di riconoscimento.  Pur non traducendo letteratura, è una deformazione professionale, per me, andare a vedere chi ha tradotto un libro prima di acquistarlo. Il lavoro del traduttore, così minuzioso e certosino, è vittima di un’ingrata incomprensione: generalmente al traduttore si tirano le pietre solo quando secondo l’utenza fa un lavoraccio (ho letto ad esempio cose turche sui traduttori della saga di Twilight, poveracci, per altro presi di mira non da un pubblico di esperti ma da branchi di ragazzine inferocite fan della saga adolescenzial-vampiresca), ma difficilmente viene ricordato quando il suo lavoro è di qualità. Eppure, la qualità della traduzione è essenziale affinché noi si possa godere di un testo che non è stato scritto per noi ma ripensato per noi, per permetterci di godere la storia senza perderci nemmeno una sfumatura della lingua, per capire i contesti, i giochi di parole, i riferimenti che potrebbero perdersi non conoscendo del tutto la cultura di partenza. Forse potrebbe stupirvi che io, che predico il plurilinguismo, non vi consigli di leggere testi in lingua. Il punto non è questo: io vi consiglio CERTAMENTE di leggere testi in lingua, quelli che vi pare, anche l’elenco del telefono, anche se capite la metà della metà della metà. Leggere è il modo migliore per mettere da parte un bagaglio di conoscenza linguistica (soprattutto passiva) incredibile. Per lo stesso motivo, vi consiglio di leggere traduzioni di qualità, quando volete regalarvi il piacere di leggere. Quei volti ignoti, quelle mani che hanno fatto le corse sulla tastiera per permettervi di leggere un testo e capirne il 100%, sono il vostro ponte tra le culture, vi rendono nella vostra lingua quello che non capireste ancora, solleticano la vostra curiosità, vi illuminano dove vedreste solo buio, e magari la prossima volta acquisterete un testo in lingua originale. Magari lo stesso testo, dato che già conoscete la storia e farete meno fatica a leggerla in originale (visto che consiglio caprone?). Non lo comprerete? Non fa niente, godetevi il piacere della lettura. E godetevi uno di questi due libri, o meglio tutti e due, meritevoli veramente, frutto di due grandezze della letteratura contemporanea, che devono dire grazie a due incredibili traduttrici per poter essere sbarcate così perfette sul mercato editoriale italiano.


La prima è “In fuga” di Alice Munro, autrice canadese Premio Nobel per la letteratura nel 2013 e tradotto da Susanna Basso. 
La seconda è “La donna che scriveva racconti”, di Lucia Berlin, una rivelazione nel panorama letterario americano, tradotta da Federica Aceto. Entrambe sono raccolte di racconti, in cui personaggi, storie, vite si intrecciano, ma lascio a voi la curiosità di scoprire i diversi stili delle autrici. Vi do solo una garanzia: nelle mani sapienti di Susanna Basso e Federica Aceto, Alice Munro e Lucia Berlin parlano letteralmente italiano.


La prossima volta che volete scegliere un libro da leggere, e non sapete proprio su cosa orientarvi, fate una prova: scegliete un libro tradotto da un bravo traduttore. Non vi garantisce che il libro vi piacerà, ma vi garantisce che il mondo che l’autore ha costruito sarà riportato, intatto, sotto i vostri occhi.

lunedì 31 luglio 2017

6 CONSIGLI PER NON TRASFORMARE UNA VACANZA STUDIO IN UNA... CACANZA STUDIO!

Serve dirlo? Anche stavolta, contributo artistico della Maxi!
Mi ricorda un po' lo stile Burberry, non trovate?
Estate, classico tempo di valigie, di vacanze, di viaggi (noi la scorsa settimana abbiamo avuto un’estate di 13 gradi e pioggia torrenziale, ma è un dettaglio!). Cosa c’è di meglio, allora, che combinare la maggior quantità di tempo a disposizione, con l’opportunità di entrare a contatto con una lingua, proprio nel paese in cui si parla? Esatto, miei perspicaci amici, oggi voglio parlarvi dei viaggi studio, anzi, voglio condividere con voi una riflessione sui viaggio studio, a partire dalle mie esperienze personali, per tirare fuori pro e contro di un’esperienza che tanto più sarà utile quanto più sarà strutturata.  Tra un sorso di menta ghiacciata e una croccante fettina di noce di cocco, addentriamoci nel discorso, sognando il fascino delle valigie da chiudere e di un aereo da prendere.

Personalmente, ho fatto esperienza di due tipi di viaggi studio: gli scambi culturali scolastici, tra le scuole medie e le scuole superiori, e il classico viaggio prenotato tramite agenzia apposita. Tutti quanti sono stati per me momenti di enorme apprendimento, non soltanto dal punto di vista strettamente linguistico, ma anche e soprattutto da quello delle “culture comparate”, se così vogliamo definirlo. Una lingua è un po’ come un buon cibo, ed assaggiarla lì dove nasce ha tutto un altro sapore; per questo ho voluto fare delle riflessioni, esposte per voi in una piccola lista – che non dobbiamo certo annoiarci! – perché, anche nel mare magnum dei viaggi studio, ci sono aspetti utilissimi e altri che, beh, sono magari sopravvalutati, o addirittura evitabili.

So che molti genitori investono in queste attività, nella speranza che i loro pargoli in 1/2/3 mesi “almeno imparino l’inglese (o lingua a vostra scelta)!”. Ecco, mi spiace darvi una delusione, cari genitori, ma non è proprio così. Soprattutto se fino al giorno prima di partire, il virgulto era poco sopra il livello ”the cat is on the table”. Il viaggio studio, preso così quasi fuori da un contesto, ha poche probabilità di funzionare per questi due validissimi motivi:

1.     Imparare una lingua è un’attività che richiede un impegno, ed un’immersione, costanti. La pretesa per cui andare un paio di mesi l’anno in un paese e frequentare 5 ore di scuola sia sufficiente per imparare una lingua è, quanto meno, un po’ irrealistica. E’ vero, è innegabile, le lingue si imparano meglio sul posto, ma pensateci bene: quanto di questo posto viene effettivamente veicolato se si frequenta una scuola e si vive in un college? Si crea una sorta di atmosfera “ovattata” che può avere anche ben poco del paese in cui ci si trova.
2.       L’andamento è in genere più o meno questo: prima settimana di studio matto e disperatissimo, entusiasmo alle stelle, sei carico a pallettoni. Dopo il primo weekend passato a girare da solo, a parlare con i muri o a saltare da un canale all’altro di una tv incomprensibile, ti ricordi che hai lavorato/studiato tutto l’anno e che, oh, vorresti pure riposarti, e chi te la fa fare tutta questa fatica per scambiare anche solo due parole? E’ così che si tira fuori uno strumento, o forse un’arma, che si mette in gioco solo nei casi in cui la sopravvivenza è a rischio, uno strumento che ignoriamo, o forse deridiamo, prima di sapere quanto ci servirà: il RADAR RACCATTA-CONNAZIONALI.  Da quel momento in poi, preda di una sordità selettiva, ci lasceremo guidare dalle nostre orecchie che capteranno solo suoni provenienti dalla lingua madre. Saremo capaci di stanare altri italiani anche nel pieno di un concerto dei Prodigy, a loro giureremo eterna devozione e amicizia – o almeno, finché il viaggio durerà -  ed ecco che l’immersione ne “la cultura e la lingua del paese ospitante” è bella che finita.

   Quindi, ci stai dicendo che i viaggi studio sono inutili? Niente affatto. I viaggi studio sono una risorsa preziosa non soltanto, come dicevo, per l’apprendimento della lingua, ma anche per comprendere altre culture, confrontarsi, mettersi in discussione. L’apertura mentale, c’è forse un regalo più grande che potremmo farci, o fare ai nostri figli? 

    Quello che mi sento di consigliare, quando si sceglie di affrontare questo tipo di attività, è progettarla con cura e attenzione, per favorire al massimo l’immersione culturale e ricavare il più possibile dall’esperienza. Stiamo parlando, in linea di massima, di un piccolo “lusso” nell’ambito dello studio delle lingue (non parlo tanto dell’aspetto economico, benché esso abbia la sua importanza, quanto della possibilità di ritagliarsi un tempo e un luogo per l’apprendimento delle lingue veramente ad hoc, cosa che non sempre è possibile), vale la pena prendersi del tempo per fare le scelte più mirate.

·         Non dimenticate che il viaggio studio è un quid in più, in un percorso di apprendimento che deve necessariamente durare anche tutto il resto dell’anno – non che ci si debba esercitare come i Marines delle lingue, ma è chiaro che per fruttare deve essere sostenuto da un lavoro continuo, costante anche se piccolo. Ad esempio, se il nostro contesto familiare e sociale non fosse bilingue, alle bambine (ok, soprattutto alla Maxi) non basterebbero certo le visite dai nonni per imparare l’italiano; non avrebbero ragione di ciò né i genitori italiani, né le radici italiane, né la bellezza della lingua, né altro che la costanza con cui, in casa, si parla italiano. Come detto sopra, se puntate solo su questa esperienza per imparare una lingua, investite i vostri soldi in una vacanza vera e propria.

·         Datevi degli obiettivi realistici (fortemente legato al punto sopra): se partite da 0, tre mesi non saranno mai sufficienti per imparare una lingua. Avranno un valore sicuramente più alto rispetto ad un corso di tre mesi fatto a casa vostra, vi permetteranno di vedere la lingua calata nel suo contesto, di legarla anche a esperienze reali, che è un modo fantastico di tenere a mente le cose, ma… Una lingua è un mondo, è l’espressione di una cultura nel tempo e nello spazio, è vita, anzi, sono milioni di vite che si intrecciano… Realisticamente, come si può impararla in tre mesi (è stato scientificamente provato che il processo di osmosi, per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue, non vale)?

·         Scegliete la possibilità di essere ospitati in famiglia piuttosto che un college o un dormitorio, per avere la possibilità di mettere in pratica continuamente quello che si apprende, per vivere la cultura. Quello che questa esperienza può dare in termini di apprendimento, di adattamento, di apertura mentale, di umanità non ha paragoni con altro. Io sono sempre andata come ospite: non tutte le famiglie potevano corrispondere al mio “ideale” di famiglia, come è giusto che sia, ma ogni esperienza mi ha lasciato moltissimo, quello che l’ambiente impersonale di un college o un dormitorio non può darti.

·         Scegliete di partire da soli: perché è dura, non lo nego, ma partire con amici significa, al 99%, non parlare mai la lingua al di fuori delle ore di studio. Per quel prezzo, a questo punto, potete pagarci un corso di un anno comodamente a casa vostra.

·         Scegliete di fare un viaggio di meno, piuttosto, e fatelo bene. Partite quando vi sentite pronti, quando sentite che sarete in grado di assimilare al meglio, e non perché lo fanno tutti. La motivazione è la prima vera molla che vi permette di apprendere, sfruttatela come innesco per far partire il razzo al momento opportuno.

·    Scegliete, se è possibile, un’esperienza lavorativa anche stagionale, anche breve,all’estero; in base all’età, alla possibilità, e se avete almeno una base di lingua. L’ambiente di lavoro è estremamente performante anche se impegnativo, nessuno lì è pagato per ripetervi le cose fino a che non le capite, e la capacità di sopravvivenza linguistica verrà fuori molto prima, tumultuosa, magari inizialmente meno ordinata ma senza dubbio atta al suo scopo, che è la comunicazione.

La vacanza studio è un'opportunità, una possibilità, una scelta in più: scegliete di renderla di valore, e di dare un valore al vostro impegno.

Buon viaggio!


martedì 25 luglio 2017

Chi ben comincia… minicorso di sopravvivenza per mutismo selettivo (detto anche: di questa lingua non so un’acca!)

Ci sono scenari, quando si apprende una lingua, che parlano di impegno profuso ma rilassato, che odorano di libri freschi di stampa, che iniziano tutti con i saluti, e poi magari passano ai giorni della settimana, e ai nomi delle professioni, inserendo il verbo essere e il verbo avere, ed il verbo “chiamarsi”… così, in scioltezza.
Dimenticate questo scenario. Immaginate qualcosa di molto più pulp, tipo che di botto vi trovate catapultati in un supermercato, dovete fare spesa, e a parte le cose ovviamente riconoscibili non capite niente di quello che avete davanti, e finite per comprare un coso che sembrava una salsiccia e invece è una roba spalmabile al fegato orripilante (true story, baby!).
Voglio rendere più morbido il vostro approccio rocambolesco, conscia che non tutti riescono ad avvicinarsi ad una nuova lingua frequentando con calma un corso, prendendo le misure, assimilando i suoni per buttarli fuori solo quando serve; dei corsi, importantissimi, parleremo a tempo debito, ma ora voglio offrirvi un piccolo prontuario d’emergenza per quelle situazioni in cui ci si ritrova a dover capire e parlare una lingua che, letteralmente, si ignora. Questo può essere valido per un espatrio quasi su due piedi, ma anche per una piccola fuga vacanziera, quando si va a trovare qualcuno all’estero e sarebbe molto impressionante ma poco utile saper dire “John Goodman è un ingegnere aerospaziale” e non “ho mal di pancia” se vi vengono delle coliche degne di essere ricordate.

Cosa serve sapere, all’inizio, subito subitissimo al più presto?

I saluti
Tutti, sempre, perché la gentilezza e l’educazione prescindono dall’attuale ignoranza (o non conoscenza, se preferite) della lingua del posto.

Comunicazione spicciola
  • -          Grazie
  • -          Prego
  • -          Per favore
  • -          Mi scusi, non parlo la lingua X
  • -          Può ripetere più lentamente, per favore?


Le indicazioni stradali
Lo so, sono una bestia nera della comunicazione. Anche nella nostra lingua, le chiediamo e sistematicamente non capiamo dove ci stanno per mandare (speriamo non a quel paese!) e andiamo dalla parte opposta, e poi, dovevamo girare a destra o a sinistra? Ma quanti sono 300 metri, abbiamo camminato già un chilometro!!! Nonostante i navigatori abbiamo nettamente migliorato la nostra vita in questo senso, possono sempre esistere deviazioni, sensi alternati non ancora aggiornati, piante di città difficili, indicazioni poco visibili sommerse in un mare di altri cartelli. Ricordo che nonostante le perfette indicazioni scritte, in Giappone non riuscivo a trovare la mia scuola – a Tokyo, gente, quasi 10.000.000 di persone per uno sproposito di palazzi, capite il livello di difficoltà?! Poi c’ero davanti, ovvio, ma il palazzo era altissimo e i cartelli infiniti, ci avrei impiegato mezza giornata a leggerli tutti! Quindi animo, cerchiamo di imparare le indicazioni base della lingua che ci occorre. Imparate anche a dire “mi sono perso, abito in via XX” così, nel caso doveste perdervi, non vi manderanno girovagando per il vasto mondo.

I nomi dei servizi principali
“Ospedale”, “comune”, “polizia”, “ambasciata”, ”consolato”, “vigili del fuoco”. Perché, non lo sapete che in Germania dovete andare ad iscrivervi alla Casa dei Ratti (Rathaus, "comune", che ovviamente non vuol dire casa dei ratti!)? Figuracce ne abbiamo?

Salute
Stento ad immaginare emergenze più reali di quelle che riguardano la salute; ovviamente nessuno si augura una malattia o un incidente, ma anche se alcune avventure vengono affrontate con un pizzico di incoscienza, sarebbe bene imparare al più presto almeno le seguenti espressioni:
  • -          Ho mal di… testa/pancia/dolori al petto (e simili)
  • -          Ho perso i sensi
  • -          Mi sono tagliato/bruciato
  • -          Sono stato aggredito
  • -          Chiamate un’ambulanza!
  • -          Non riesco a respirare

Mi raccomando, se prendete abitualmente farmaci, informatevi di come si chiama il principio attivo nella lingua di arrivo per poterlo richiedere in caso di bisogno e non rischiare di assumere una medicina per un'altra. Stesso discorso se soffrite di qualche malattia cronica, o di allergie, imparatene il nome per permettere ai sanitari di intervenire senza problemi in caso di necessità.

Altro piccolo consiglio, di tipo non linguistico ma culturale: informatevi prima su che tipo di assistenza sanitaria esista nel paese dove andrete, e valutate se non sia il caso di fare un’assicurazione, l’assistenza medica in alcuni paesi è a pagamento e anche salata.

Emergenze varie
  • -          Sono stato derubato
  • -          Chiami la polizia!
  • -          Ho bisogno di aiuto!
  • -          Ho perso i documenti


Cibo
Dato che mangiare ci serve, ed in moltissimi casi ci piace pure, se ci troviamo in un paese straniero di cui non conosciamo ancora la lingua, ma abbiamo necessità di fare spesa, ecco una piccola lista di frasi che possono esserci utili senza perderci (troppo):
  • -          Quanto costa?
  • -          Posso pagare con la carta?
  • -          Dove si trova il pane/ il latte/ la carne/ il pesce/ il sale/ l’olio ecc.
  • -    Questo prodotto è senza lattosio/ frutta a guscio/glutine ecc.? Sono allergico.


    Portatevi dietro una sportina riutilizzabile e, oltre a dare una mano all’ambiente, nessuno vi chiederà se volete acquistare una busta facendovi stare in cassa come stoccafissi perché non avete capito la domanda.

Ricordare tutte queste cose, in una lingua che non si conosce, vi sembra un’impresa da eroi? Prendetevi un po’ di tempo, ora o più tardi, per leggere il link qui sotto, che parla di tecniche di memorizzazione – a mio avviso, sempre utile anche in altri ambiti:


E ora che avete iniziato, buon proseguimento!


lunedì 17 luglio 2017

Cinque consigli caproni per disinnescare la vergogna di parlare – male – una lingua!

Il post di oggi non vuole offrirvi consigli “classici”, di metodologia di studio, di memorizzazione, o di qualsivoglia approccio alla lingua straniera; va però a scavare in una nicchia del nostro comportamento, che spesso ci attorciglia la lingua e ci secca la gola – metaforicamente parlando, ovvio: la vergogna. Ora, è perfettamente normale sentirsi “lo scemo del villaggio” quando si parla da stranieri una nuova lingua, soprattutto in un contesto in cui tutti gli altri sono madrelingua – al lavoro, a casa dei vicini, al parco con i bambini… La cosa che si dovrebbe evitare, però, è lasciare che questa vergogna ci impedisca di tirare fuori le nostre rudimentali capacità comunicative, limitando la nostra partecipazione a cenni della testa e sorrisi di circostanza, che oltre a farci rischiare una paresi facciale non ci fanno fare, tutto sommato, una miglior figura del parlare – anche male, sì!
Per aiutarvi in questo intento, che alle volte è più difficile del mettersi a tavolino e studiare a memoria declinazioni, paradigmi, liste di vocaboli o quello che volete, ho compilato una lista di consigli caproni, piccola quanto basta per potervela tenere a mente quando vi piglia la sudarella e vorreste scappare lontanissimo, pur di evitare di dire due parole in croce. Non dimenticate che l'esercizio fa il maestro, e che sbagliando si impara, e soprattutto che non ci sono più le mezze stagioni.

1.  La produzione passiva di una lingua viene sempre prima di quella attiva. “Che mi significa?”. Banalmente, significa che prima di essere in grado di “produrre” la lingua, sarete in grado di capire quando gli altri parlano. Fateci caso, magari ascoltate una notizia al telegiornale, o alla radio, e siete perfettamente in grado di ripetere quello che hanno detto nella vostra lingua, ma cascasse il cielo se ci riuscite in quella straniera. Ecco, il meccanismo è questo. Non buttatevi giù quindi, state solo seguendo lo sviluppo naturale dell’acquisizione del linguaggio.

2.   Voi, una lingua che sapete perfettamente, ce l’avete già. Ricordatevi questa cosa quando la confusione che vi regna in testa vi fa sentire l’ultima ruota del carro in mezzo a un caos di suoni sconosciuti. Voi state imparando una SECONDA (o anche terza, quarta ecc.) lingua, ergo avete una conoscenza in più rispetto agli altri, quindi non permettete che la vostra attuale immaturità comunicativa –che migliorerà certamente con il tempo - vi faccia sentire da meno.

3. Lasciate che l’interlocutore possa mettersi nei vostri panni. Non siete soli là fuori, non dimenticatelo mai. Molto spesso, forse più di quanto non si pensi, anche il nostro interlocutore madrelingua potrebbe avere qualcosa da dire sull'apprendimento di un'altra lingua. In Germania ad esempio, è molto diffusa l’abitudine di studiare le lingue straniere anche solo per passione, come hobby, con corsi serali (io insegno italiano in una scuola di questo tipo). Tantissime persone potrebbero perciò capire la difficoltà che fate voi nell’esprimervi correttamente, e anzi condividere con voi le difficoltà che loro stessi hanno avuto – una mia amica ad esempio si rammarica di avere una R troppo tedesca per essere in grado di pronunciare bene lo spagnolo, oppure la mamma di un amichetto della Maxi mi raccontava che quando venivano i suoi parenti dal Canada, lei capiva ma non riusciva a dire una parola e ci restava malissimo!

4. Esercitatevi al telefono. So che la maggior parte delle persone è spaventata dal telefono – e ci credo! Manca la comunicazione non verbale: il contesto, le espressioni facciali, la gestualità… eppure si potrebbe sfruttare questo “anonimato” a nostro vantaggio. Che ne sa chi siete, la persona dall’altra parte dell'apparecchio? Non ci mettete la faccia, in senso stretto, potreste tranquillamente incontrarvi per strada e lui/lei non saprà mai che siete voi che chiamate sbagliando i verbi/le parole/la costruzione della frase… approfittate allora per prendere appuntamenti, chiedere informazioni, farvi recapitare a domicilio, ordinare, prenotare qualsiasi cosa! Se vi sentite insicuri, scrivetevi quello che volete chiedere e leggetelo le prime volte, vedrete che presto non vi servirà più. E se non capite? Chiedete cortesemente di ripetere (lo sapete che una delle primissime cose da imparare nella nuova lingua è chiedere “mi scusi non ho capito, può ripetere per favore?”, vero?).

5.       … e quando tutto il resto non funziona… se tutto questo ancora non vi aiuta, cari miei, vi passo il consiglio dei consigli caproni, quello che da tempo immemore viene tramandato di generazione in generazione in occasioni pregnanti come esami, prove, test. Guardate bene il vostro interlocutore, mettete in moto la vostra immaginazione e provate a pensarlo in queste vesti:                       


Forse, la cosa più sgradevole che potrà capitarvi a questo punto, sarà di scoppiare a ridergli in faccia! Sconsigliato durante i colloqui di lavoro!

Signori, si scherza! – o forse no? 😜


Buona insalata a tutti!

lunedì 10 luglio 2017

SANGUA?!?!

Va bene, finora abbiamo voluto fare bella figura, abbiamo voluto tirare fuori nozioni e paroloni, sciorinare terminologie, addirittura azzardare di poter offrire consigli!
Ma la verità è, signore e signori, che alcune conquiste sono state fatte con sacrificio e sudore, e una dose massiccia di figuracce – una dose tale, direi, che potrei salire al terzo posto di un podio, da quanto ho la faccia di bronzo.

Vi racconto una storia. Si era al tempo dei primi, timidi passi in terra teutonica, ad uno stadio direi larvale di conoscenza della lingua tedesca, in cui già si considerava un risultato capire dove finiva una parola ed iniziava la successiva.
La Maxi, inserita in un asilo già un mese dopo il nostro arrivo, da qualche tempo nei suoi interminabili racconti mi nominava una parola che, alle mie orecchie ancora inesperte, aveva l’orribile suono di Sangua
Calma e gesso, mi sono detta, tu sei una linguista e non puoi farti intimorire dal suono di una parola! Eppure lo feci. Con una Maxi alle sue prime produzioni bilingui, incerta se quella parola fosse tedesca, un calco, o una parola italiana sgrammaticata (ad esempio, la coniugazione scorretta del verbo sanguinare, tipo “lui sangua”!), immaginavo scenari da Colosseo moderno, con bambini che lottavano a sangue, o che si sfasciavano la testa da qualche parte sotto l’imperturbabile sguardo di una maestra che dichiarava che così imparavano dall’esperienza. Ohibò, la bambina sembrava tranquilla e io, non riuscendo ad estrapolare la parola dal suo contesto, ho fatto finta di niente e lasciato correre. Fino a che non ne ho potuto più; eravamo nel parchetto di fronte al nuovo asilo e la Maxi, come al solito, raccontava a manetta la sua giornata, ed ecco riapparire la mefistofelica parola. Con nel cuore la tranquillità di chi si siede a tavola con un cannibale, provo a chiedere a mia figlia:

“Amore…”

“Eh?!”

“Ma tu, quando dici Sangua, esattamente cosa intendi? Voglio dire, che è ‘sta Sangua?”

“Ma mamma, è quella con la sabbia che giri, per segnare il tempo!”

Certo. Chiaro.

Sangua = Sanduhr
Cioè questa:

Un’innocua clessidra.

Si migliora, eh, sappiatelo!