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giovedì 1 marzo 2018

GIOCHIAMO AD IMPARARE? 5 GIOCHI PER APPRENDERE UNA LINGUA SENZA RENDERSENE CONTO!


Cari amici di Insalata di lingue, a quanti gradi sotto lo zero siete stati ibernati in questi giorni? Non per vantarmi, ma qui la minima di – 17 ° C si è fatta sentire tutta! Se mi state leggendo da posti più caldi…vabbè, limitiamoci a un “beati voi!”

Insomma, freddo fuori, ghiaccio tutto intorno, sembra di stare ad Arendelle, noia dentro… che si fa? Ma si gioca, ad uno di questi cinque fantastici giochi con cui possiamo esercitare la lingua, noi ed i nostri bambini, senza nemmeno accorgercene! Come, non avete bambini? Offritevi di fare da baby sitter ai figli dei vicini, vi pagano pure mentre vi esercitate, non è geniale?

      1.  MEMORY

    Come si fa ad imparare una lingua con il Memory? Giocando nella maniera più classica, ma nominando ad alta voce il nome di quello che vediamo sulle carte nella lingua che vogliamo esercitare (esempio: vogliamo esercitare l’inglese, giro una carta, trovo una porta e dico “I found a door”). La variante bilingue prevede di dire il nome dell’oggetto in entrambe le lingue quando si trova la coppia. Siccome sono molto buona e brava, vi offro anche un paio di idee per variare i giochi sempre con lo stesso materiale:
-     Variante 1: Indovinelli: si pesca una carta a caso e, nella lingua di arrivo, si danno indizi all’altro giocatore fino a che non si indovina.
-        Variante 2: Sinonimi, contrari&co: si pesca una carta a caso e, nella lingua di arrivo, si dice cosa si ha in mano, l’altro giocatore deve dire o il contrario di quella parola, o un suo sinonimo, o un qualcosa di affine (come casa – tetto), a seconda di cosa abbiamo deciso all’inizi

         

2.    IL PAROLIERE

      Ve lo ricordate il paroliere? Per anni per noi è stato un intrattenimento da automobile durante i viaggi lunghi. Per chi non ne avesse memoria, allego foto di repertorio! Il paroliere si può usare nella sua maniera classica, ovvero cercare di trovare più parole possibili nella lingua scelta usando le lettere sulle facce dei dadi o, anche a seconda dell’età dei giocatori, una parola che inizi con ognuna delle lettere, oppure ognuno sceglie una lettera e forma una parola, oppure – ancora più difficile! – si forma un’intera frase le cui parole inizino ognuna con una delle lettere! A voi la scelta!

3.      PAROLE IN RIMA

     Nessun bisogno di spiegazioni, per un passatempo che non richiede nemmeno materiali, ma solo un po’ di ragionamento: potete trovare a turno appunto parole che rimino, ma anche costruire una storia in rima con una frase per uno, oppure anche lanciarvi in rime sceme inventando parole, ma che suonino come parole verosimili nella lingua di arrivo. In fondo si gioca, no?

4.      INDOVINA CHI?

      Anche questo gioco, che esisterà sicuramente in moltissimi paesi, è utilissimo per allenare la lingua tramite le domande e gli indizi; si focalizza sulla descrizione fisica, ed è anche molto divertente!

5.      IL GIOCO DEL SI E DEL NO

      Va bene, lo ammetto, ho preso ispirazione da Peppa Pig – abbiamo avuto, con la Maxi, un periodo di immersione totale di Peppa Pig, al punto che io la notte sognavo di farne prosciutti! Ringrazio quindi Peppa e la salvo dal salumiere, esportando il suo simpatico e semplicissimo giochino in cui un giocatore fa delle domande, e l’altro deve rispondere in qualunque modo, non usando mai “sì” o “no”. Meno facile di quanto sembri, risate assicurate – e preparatevi a perdere con i bambini!

Di giochi da fare ce ne sono ovviamente un’infinità, ma ho scelto questi perché si concentrano su funzioni piuttosto circoscritte della lingua, limitando quindi molto la frustrazione del “ma io non lo soooooooo!”, e l’immediata trasformazione da gioco a tortura medievale. In ogni caso, poiché sempre di giochi si tratta, vi consiglio anzitutto relax e morbidezza, non abbiate timore ad interrompere il gioco se vedete che crea più nervosismo che spasso, e a riproporlo più in là; quello che apporta maggior successo, nell’apprendimento, è legarlo ad esperienze piacevoli.

Buon divertimento!

martedì 14 novembre 2017

Rinforzare il plurilinguismo: i giocattoli "stranieri"

Vi presento Pangui e Lola (vi sfido a capire chi sia Pangui, ehehe 😉), di proprietà della Maxi. Belli eh, ma che c'entrano in un blog che parla di plurilinguismo, direte voi? Pangui e Lola sono molto importanti, in realtà, non solo perché sono cari al cuore della Maxi, ma anche perché... parlano italiano! (NdA: ce ne sono anche altri, ma al momento sono in gita di piacere presso la lavatrice! 😁)

Vi tiro fuori subito dalla confusione: la Maxi, vivendo in Germania da ormai più di tre anni, ha sostituito man mano porzioni di italiano con corrispettive fette di tedesco, nei suoi giochi. Per quanto ciò possa far dolere un po' il cuore nostalgico dei suoi genitori, è naturale, fisiologico che sia così: il tedesco è in effetti la lingua con cui si confronta nei giochi con i coetanei, per la maggior parte del suo tempo, lungi da noi l'idea di intrometterci in questo processo e guastarne la spontaneità, in qualunque lingua avvenga. Si sono però create, altrettanto spontaneamente, delle "finestre" in cui il gioco viene condotto in italiano, ed è proprio quando Pangui o Lola, una new entry di pochissimi giorni fa, entrano in scena. Pangui è il ricordo delle nostre vacanze estive in Italia, culminate con una gita che la Maxi desiderava con tutta se stessa, e che ha ricevuto come sorpresa - che l'ha ammutolita per una buona mezz'ora: una visita all'acquario di Genova. Lola è invece un regalo che ha ricevuto dallo zio paterno, che è passato a farci un saluto al ritorno di un viaggio di lavoro in Germania. Entrambi, per la Maxi, parlano italiano, perché indubitabilmente legati a situazioni che hanno a che fare con l'Italia, ne riportano ricordi ed emozioni. Semplicemente, nella sua testolina, i giochi italiani non capiscono il tedesco, e viceversa. Questo si verifica anche quando andiamo in visita dalla famiglia: con i giochi che trova sul posto gioca in italiano, con quelli che porta "in trasferta" in tedesco. Ci tengo a sottolineare che questa decisione la Maxi l'ha presa in totale autonomia, per scelta noi ci intromettiamo il meno possibile nei suoi giochi (giusto quando diventano pericolosi), e non ci saremmo mai sognati di forzarla in questo senso: probabilmente avremmo avuto l'unico risultato di indisporla di più verso la lingua. Qui stiamo parlando di gioco libero e personale, è ovviamente possibile organizzare giochi guidati per bambini in altre lingue, e ne parleremo presto qui nel blog, ma qui siamo in un campo diverso, e possiamo solo ritenerci contenti che la Maxi abbia scelto di dedicare una parte del suo gioco all'italiano.

Questo "strumento" del gioco, io ve lo riporto come esperienza personale; non posso garantire che funzioni per tutti, che ogni bambino sceglierebbe questa strada, né che duri nel tempo - ad un certo punto abbandonerà i peluche, e chissà se tra i loro sostituti ci sarà qualcosa che parla italiano...
Vi offro però questo spunto, qualora vogliate provare a rinforzare una lingua che vi sembra più debole, o offrire un'occasione in più ai vostri bambini per praticarla. Non buttatevi giù se non dovesse funzionare: magari non era il gioco giusto, l'occasione giusta, il legame affettivo con il gioco abbastanza forte... Nel gioco libero, ogni bambino è re! 

Buon divertimento!

giovedì 24 agosto 2017

Kakkalakka

Oggi voglio condividere con voi un breve aneddoto. Un aneddoto che riguarda come ho conosciuto un amico, invero in maniera molto particolare, quando la Maxi (che potremmo definire, in questo caso specifico, “la contessa”), al primo anno di asilo in Germania, torna a casa dicendomi una cosa del genere: “Mama, du bist (tu sei) ein KAKKALAKKA!” La mia reazione, con perfetto aplomb inglese, è stata “e mo che è sta roba?!” La roba, o forse il robo, è questa:

Eccolo, il mio amico. Bellino, no?

Ora, pare che indagando presso la Maxi, il fascino di questa meravigliosa parola (che in realtà è Kakerlaken) risieda proprio in questa sua omofonia con Kaka – no, non il giocatore di calcio, è esattamente l’altra cosa che state pensando. Chiunque abbia a che fare con bambini in età da scuola materna, sa quanto fascino esercitino su di loro queste parole “sporche” e “proibite”. Uno scarafaggio cagone. Un caccascarafaggio. Sapete trovare qualcosa di meglio?


La cosa assurda però è un’altra: a me, nel sentire questa parola, viene in mente questa canzone:  

https://www.youtube.com/watch?v=kZzBd41NuZw


Apache Indian, chiedo venia ma niente, ormai questa è la nostra canzone dello scarafaggio cagone. Stacce. Boom Kakkalakka a tutti!

lunedì 10 luglio 2017

SANGUA?!?!

Va bene, finora abbiamo voluto fare bella figura, abbiamo voluto tirare fuori nozioni e paroloni, sciorinare terminologie, addirittura azzardare di poter offrire consigli!
Ma la verità è, signore e signori, che alcune conquiste sono state fatte con sacrificio e sudore, e una dose massiccia di figuracce – una dose tale, direi, che potrei salire al terzo posto di un podio, da quanto ho la faccia di bronzo.

Vi racconto una storia. Si era al tempo dei primi, timidi passi in terra teutonica, ad uno stadio direi larvale di conoscenza della lingua tedesca, in cui già si considerava un risultato capire dove finiva una parola ed iniziava la successiva.
La Maxi, inserita in un asilo già un mese dopo il nostro arrivo, da qualche tempo nei suoi interminabili racconti mi nominava una parola che, alle mie orecchie ancora inesperte, aveva l’orribile suono di Sangua
Calma e gesso, mi sono detta, tu sei una linguista e non puoi farti intimorire dal suono di una parola! Eppure lo feci. Con una Maxi alle sue prime produzioni bilingui, incerta se quella parola fosse tedesca, un calco, o una parola italiana sgrammaticata (ad esempio, la coniugazione scorretta del verbo sanguinare, tipo “lui sangua”!), immaginavo scenari da Colosseo moderno, con bambini che lottavano a sangue, o che si sfasciavano la testa da qualche parte sotto l’imperturbabile sguardo di una maestra che dichiarava che così imparavano dall’esperienza. Ohibò, la bambina sembrava tranquilla e io, non riuscendo ad estrapolare la parola dal suo contesto, ho fatto finta di niente e lasciato correre. Fino a che non ne ho potuto più; eravamo nel parchetto di fronte al nuovo asilo e la Maxi, come al solito, raccontava a manetta la sua giornata, ed ecco riapparire la mefistofelica parola. Con nel cuore la tranquillità di chi si siede a tavola con un cannibale, provo a chiedere a mia figlia:

“Amore…”

“Eh?!”

“Ma tu, quando dici Sangua, esattamente cosa intendi? Voglio dire, che è ‘sta Sangua?”

“Ma mamma, è quella con la sabbia che giri, per segnare il tempo!”

Certo. Chiaro.

Sangua = Sanduhr
Cioè questa:

Un’innocua clessidra.

Si migliora, eh, sappiatelo!