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giovedì 1 marzo 2018

GIOCHIAMO AD IMPARARE? 5 GIOCHI PER APPRENDERE UNA LINGUA SENZA RENDERSENE CONTO!


Cari amici di Insalata di lingue, a quanti gradi sotto lo zero siete stati ibernati in questi giorni? Non per vantarmi, ma qui la minima di – 17 ° C si è fatta sentire tutta! Se mi state leggendo da posti più caldi…vabbè, limitiamoci a un “beati voi!”

Insomma, freddo fuori, ghiaccio tutto intorno, sembra di stare ad Arendelle, noia dentro… che si fa? Ma si gioca, ad uno di questi cinque fantastici giochi con cui possiamo esercitare la lingua, noi ed i nostri bambini, senza nemmeno accorgercene! Come, non avete bambini? Offritevi di fare da baby sitter ai figli dei vicini, vi pagano pure mentre vi esercitate, non è geniale?

      1.  MEMORY

    Come si fa ad imparare una lingua con il Memory? Giocando nella maniera più classica, ma nominando ad alta voce il nome di quello che vediamo sulle carte nella lingua che vogliamo esercitare (esempio: vogliamo esercitare l’inglese, giro una carta, trovo una porta e dico “I found a door”). La variante bilingue prevede di dire il nome dell’oggetto in entrambe le lingue quando si trova la coppia. Siccome sono molto buona e brava, vi offro anche un paio di idee per variare i giochi sempre con lo stesso materiale:
-     Variante 1: Indovinelli: si pesca una carta a caso e, nella lingua di arrivo, si danno indizi all’altro giocatore fino a che non si indovina.
-        Variante 2: Sinonimi, contrari&co: si pesca una carta a caso e, nella lingua di arrivo, si dice cosa si ha in mano, l’altro giocatore deve dire o il contrario di quella parola, o un suo sinonimo, o un qualcosa di affine (come casa – tetto), a seconda di cosa abbiamo deciso all’inizi

         

2.    IL PAROLIERE

      Ve lo ricordate il paroliere? Per anni per noi è stato un intrattenimento da automobile durante i viaggi lunghi. Per chi non ne avesse memoria, allego foto di repertorio! Il paroliere si può usare nella sua maniera classica, ovvero cercare di trovare più parole possibili nella lingua scelta usando le lettere sulle facce dei dadi o, anche a seconda dell’età dei giocatori, una parola che inizi con ognuna delle lettere, oppure ognuno sceglie una lettera e forma una parola, oppure – ancora più difficile! – si forma un’intera frase le cui parole inizino ognuna con una delle lettere! A voi la scelta!

3.      PAROLE IN RIMA

     Nessun bisogno di spiegazioni, per un passatempo che non richiede nemmeno materiali, ma solo un po’ di ragionamento: potete trovare a turno appunto parole che rimino, ma anche costruire una storia in rima con una frase per uno, oppure anche lanciarvi in rime sceme inventando parole, ma che suonino come parole verosimili nella lingua di arrivo. In fondo si gioca, no?

4.      INDOVINA CHI?

      Anche questo gioco, che esisterà sicuramente in moltissimi paesi, è utilissimo per allenare la lingua tramite le domande e gli indizi; si focalizza sulla descrizione fisica, ed è anche molto divertente!

5.      IL GIOCO DEL SI E DEL NO

      Va bene, lo ammetto, ho preso ispirazione da Peppa Pig – abbiamo avuto, con la Maxi, un periodo di immersione totale di Peppa Pig, al punto che io la notte sognavo di farne prosciutti! Ringrazio quindi Peppa e la salvo dal salumiere, esportando il suo simpatico e semplicissimo giochino in cui un giocatore fa delle domande, e l’altro deve rispondere in qualunque modo, non usando mai “sì” o “no”. Meno facile di quanto sembri, risate assicurate – e preparatevi a perdere con i bambini!

Di giochi da fare ce ne sono ovviamente un’infinità, ma ho scelto questi perché si concentrano su funzioni piuttosto circoscritte della lingua, limitando quindi molto la frustrazione del “ma io non lo soooooooo!”, e l’immediata trasformazione da gioco a tortura medievale. In ogni caso, poiché sempre di giochi si tratta, vi consiglio anzitutto relax e morbidezza, non abbiate timore ad interrompere il gioco se vedete che crea più nervosismo che spasso, e a riproporlo più in là; quello che apporta maggior successo, nell’apprendimento, è legarlo ad esperienze piacevoli.

Buon divertimento!

martedì 9 gennaio 2018

Non parlare ai muri, fai parlare i "materiali silenziosi"!


Cari amici di Insalata di lingue, un fantastico augurio di buona ripartenza in questo nuovo anno! Bentornati, bentrovati e… come? Che fine ho fatto io?! Se vi state chiedendo il motivo di questa pausa piuttosto lunghetta, beh… la verità è che il mio pc ha fatto un bagno nel caffè, e non è che avesse smesso di funzionare, ma funzionava in modo assai bizzarro, cambiando lettere a caso, scrollando le pagine a suo piacimento e spegnendosi quando voleva lui: insomma, altro che computer, era un terzo figlio, e pure bizzoso! Il tempo intercorso quindi è stato quello delle vacanze e della ricerca di un nuovo pc, che mi è arrivato in regalo da mio marito e quindi approfitto per dire pubblicamente che è un marito fantastico! ❤
Tornando a noi, oggi vorrei parlarvi un po´di un determinato tipo di materiali per l´apprendimento linguistico, che non nascono con questa intenzione definita, ma sono perfettamente adattabili al nostro scopo e hanno anche, come spesso io ricerco e propongo, il pregio del costo molto contenuto e la facile reperibilità. Vi parlo oggi dei “materiali silenziosi”, di cui fanno parte di diritto i silent books, o libri silenziosi, ma anche altro che la nostra fantasia – e quella dei nostri bambini, nel caso, può approntare a piacimento. I silent books, li conoscerete certamente, sono i libri ricchi di illustrazioni, ma senza testo. Giacché siamo abituati a vedere quello che conosciamo, un libro senza testo può inizialmente confonderci, della serie “e mo che ci faccio?!”. Pensate, invece, alle fantastiche possibilità creative, a livello linguistico ma non solo, di una storia raccontata solo per immagini, e a cui noi dobbiamo dare una voce. L´esercizio, per voi o per i vostri bambini, è presto fatto: basta aprire il testo, sfogliare le pagine e lasciarsi guidare dalle immagini, per raccontare nella lingua che vogliamo. Non c´è nessuna lettura da correggere, nessuna interpretazione sbagliata, perché la storia è solo nostra; questa libertà da un testo preesistente, questa mancanza di freni lascia fluire la lingua molto più libera, ed è un esercizio davvero valido per migliorare la nostra abilità espositiva e narrativa. “Raccontare” è un´acquisizione di incredibile importanza nello sviluppo della capacità linguistica, attraverso i silent books possiamo allenarla senza grosso sforzo, con in più la possibilità di creare storie sempre diverse utilizzando lo stesso materiale di base. Naturalmente, indulgenza con gli inevitabili errori! Continuando ad esercitarvi ne farete sempre meno, ma lo scopo principe in questo caso è allenare la fluenza e la capacità espositiva.
Ecco un piccolo esempio, per esercitarvi assieme ai vostri bambini: prendete il libro, lo sfogliate insieme, poi voi iniziate raccontando la storia nella vostra lingua, e infine chiedete al vostro bambino di raccontare la SUA storia, nella seconda lingua. Naturalmente, si può fare anche al contrario, e non finisce qui: ci si può esercitare tra amici, con il partner, a scuola durante le lezioni di lingua – a proposito, colleghi insegnanti, usate mai questa tecnica con i vostri studenti? Se siete degli istrioni, potete esercitarvi anche da soli davanti allo specchio! 😁         
Quale altro materiale può prestarsi a questo utilizzo? Qui, basta saper guardare le cose di tutti i giorni con occhi diversi. Con la Maxi ad esempio, abbiamo usato un set di adesivi con personaggi e oggetti di casa (mobili, piante, giocattoli ecc.) per creare una storia luuuuuunghissima (tipico della Maxi), ma vanno bene ovviamente giocattoli, peluche, marionette, disegni, illustrazioni, quadri, cataloghi, pubblicità sui giornali… Se volete impiegare il tempo dei vostri bambini in una lunga giornata di pioggia, potete anche fare un collage con ritagli di giornale, e creare da voi il vostro silent book personale!
La Maxi con i suoi adesivi cantastorie

Un paio di esempi di un bellissimo silent book,
"C´era una volta un topo chiuso in un libro..."








Se volete fare meno fatica, per i bambini trovate molta scelta d´acquisto, molta meno per gli adulti, per questo vi segnalo un paio di testi – vere opere d´arte, a questo livello i silent books rientrano più propriamente nei picture books, dove il tratto d´artista è il protagonista; se amate l´illustrazione ve li consiglio a occhi chiusi, anche perché l´arte, a proposito di linguaggio, è trasversale e universale.
Buona interpretazione!     

martedì 24 ottobre 2017

Risorse gratuite per imparare le lingue - il tandem

Bentornati cari amici,
Il post di oggi nasce da una mia riflessione come utente di alcuni gruppi FB, accomunati dal tema "espatrio"; italiani all'estero, mamme all'estero... In questi gruppi ci si intrattiene più o meno allegramente, si fa polemica, ci si fraintende come in tutti i gruppi e poi arriva lei, la fatidica domanda, puntuale come le tasse:"Si può trovare lavoro in Germania senza conoscere la lingua?" Che dirvi, tutto a questo mondo si può fare, ma l'esperienza fin qui raccolta - poca la mia, più lunga quella di molti altri, fa rispondere che sarebbe meglio, opportuno, facilitante arrivare con un minimo di lingua. Non tanto, o non solo, per il lavoro, ma perché lì fuori c'è un mondo che pretende la vostra comprensione, che non ammette ignoranza, che vi rende facili al raggiro e alle brutte esperienze se non sapete difendervi, linguisticamente parlando. Lo dico proprio perché noi siamo arrivati in Germania senza conoscere il tedesco. La replica, molto spesso, è che i corsi sono cari: vi capisco, se a malapena avanzano i soldi per mangiare, investirli per un corso è complicato (ma i corsi non sono cari, sono il pagamento equo per il professionista che vi insegna), ma allora perché non sfruttare l'era digitale, in cui le informazioni sono così facili da trovare, che dovete anzi scansarle come i moscerini sul parabrezza?
Voglio parlarvi di alcuni metodi che vi permetteranno di iniziarvi a qualunque lingua senza vendere un rene, la mamma o i gemelli del matrimonio, anzi: si distinguono per il loro costo pari o prossimo allo 0.
Potrete con questi metodi studiare in una università straniera, tenere conferenze in un'altra lingua, scrivere discorsi per un capo di stato? Certamente no, ma potrete avere un'infarinatura, un primo approccio rompighiaccio con la lingua nuova, che psicologicamente vi mette 100 gradini avanti sulla scala dell'autostima.

Il primo metodo, di cui vi parlo oggi, è quello del TANDEM. Non è altro che l'evoluzione dell'amico di penna straniero, ma in rapporto face-to-face (o skype, che posso assicurarvi funziona benissimo lo stesso). Per fare un tandem vi servono:

- una persona desiderosa di imparare una lingua (voi);
- una persona desiderosa di imparare la vostra lingua madre;
- un appuntamento, fisico o virtuale.
Concordate un luogo e un orario, una durata, vi incontrate e parlate metà del tempo nella vostra lingua, metà del tempo nella lingua dell'altro. Ecco tutto.

Vantaggi: conoscerete persone nuove, farete pratica reale della lingua a qualunque livello siate (io iniziai veramente a 0), non vi sentirete sotto esame perché il vostro compagno desidera imparare quanto voi, non è un insegnante, non spenderete un euro.


Svantaggi: probabilmente non farete esercizi di grammatica ripetitivi, e forse il vostro compagno non sarà in grado di spiegarvi alcune regole - così come voi forse non ne sapete tante della vostra lingua, ma le applicate inconsciamente. Per iniziare, o implementare la conversazione, è un metodo validissimo.


Sì, ma come si trova un compagno di tandem? Esistono gruppi FB dedicati, oppure il caro vecchio annuncio cartaceo in una scuola di lingue andrà benissimo! Scrivete che vorreste un compagno di tandem e che lingua offrite in cambio (non necessariamente la vostra madrelingua, potete offrirne anche un'altra che conoscete bene!).


Pronti a "tandeggiare"? Imparare a costo 0!

martedì 10 ottobre 2017

Bilinguismo bambino: mantenere l'equilibrio

 Il plurilinguismo è una questione di equilibrio; ogni equilibrio è possibile naturalmente, ma occorre sempre tenere sotto'cchio tutte le parti.

 La nostra Maxi, come ormai saprete, è una scolaretta, e la sua istruzione sta avvenendo perciò in tedesco. Niente di male, ovviamente, ma con il passare del tempo la piccina “scivola” sempre di più verso la lingua di Goethe, lasciando indietro quella di Dante. È normale e non deve spaventare, se anche i vostri figli in situazioni di bilinguismo simile, parlano con un miscuglio che alle volte non è né l’una né l’altra lingua (l’insalata, no?), non allarmatevi, perché non finiranno per perdere la lingua madre, fintantoché le due esperienze linguistiche (o anche più di due) resteranno tutto sommato in equilibrio. Naturalmente, sarà possibile ed anzi quasi scontato che i bambini differenzino i registri linguistici: a casa con voi parleranno una lingua molto “sciolta” sicuramente, ma la lingua del gioco resta quella che usano di più per giocare, appunto. Nella piccola comunità in cui viviamo, mia figlia è l’unica 100% straniera, il suo contesto di gioco e studio è fatto di tedesco: va da sé che quando gioca da sola, lo faccia in tedesco. Non fraintendetemi, gioca tranquillamente in italiano con i suoi amici italiani, ma il suo parlottare in solitaria è senza dubbio teutonico. Per la Mini, quando uscirà dalla fase di Babbà, sarà probabilmente ancora più accentuato.

Come fare allora, per evitare che la lingua madre vada perduta, o rimanga ad un livello molto basilare? Voglio offrirvi qualche piccolo spunto in base alla mia esperienza, che potete tranquillamente rimaneggiare e adattare al vostro bisogno.

Anzitutto, mi sentirei di sconsigliarvi di ripetere ad ogni piè sospinto “Dillo in italiano!”, se i vostri figli parlano inframmezzando parole dell’altra lingua: forse noi nati e cresciuti monolingua non ce ne accorgiamo, ma questa apparente confusione è la vera ricchezza che sta alla base del crescere plurilingui, un ricco humus da cui si trarrà sempre più capacità di distinguere tra le lingue, e di passare con facilità dall’una all’altra. Soprattutto però, perché per il bambino è umiliante e snervante, si sente rimproverato (“se lo sapevo in italiano lo dicevo, no?”), e rischiate di farlo chiudere di più e detestare questa cosa in cui non riesce. Offrite invece un rinforzo positivo, come per esempio:

Maxi: “Mamma, oggi a scuola abbiamo usato il Lineal…”
Io: “Ah sì amore, avete usato il Righello? E cosa avete fatto?”

Servite loro un bell’assist senza che se ne accorgano: oltre a sentirsi capiti, la loro memoria registrerà l’associazione lineal=righello, e magari sarà utile ripeterlo più volte, ma il segno resta.

Poi, potreste trovare delle piccole e divertenti attività da fare nella lingua che volete rinforzare (vale anche per chi cresce plurilingui nel paese della propria lingua madre), prendendo spunto magari da ciò che si fa a scuola, e soprattutto dagli interessi dei bambini. Amano il calcio? Leggete con loro le biografie dei calciatori che amano, e sottoponeteli a sessioni di Holly e Benji! Amano la danza? Scegliete dei libri a tema, ci saranno sicuramente riviste del settore di cui potete acquistare qualche numero per leggerlo insieme. Sfruttate le risorse della rete (YouTube, Daily Motion, siti di programmi per bambini), sempre sotto il vostro controllo ovviamente, per proporre loro tante e diverse occasioni di essere sottoposti alla lingua divertendosi. Se avete occasione, inoltre, di frequentare persone che parlano la stessa lingua che volete rinforzare, fatelo senza indugio quando potete: la sfida di uscire dalla comfort zone familiare per mettere alla prova le proprie conoscenze con altri è per i bambini estremamente formativa.

Queste sono poi le attività regolari che, affiancate al parlare in italiano in casa tra di noi, facciamo per far sì che le piccole abbiano la loro dose di lingua:

Canzoni e poesie in rima

La Maxi è in prima elementare, e si diverte molto con le rime, esercizio che per altro usano molto spesso nella sua scuola per insegnare la lingua. Ebbene, sfruttando il tema della stagione autunnale in cui ci troviamo, impariamo canzoncine e poesie in rima in entrambe le lingue: quelle che ci piacciono di più le incorniciamo e le appendiamo per casa, così quando ce le troviamo davanti le cantiamo/recitiamo – la Maxi non sa ancora leggere ma ha una memoria da elefante.

Serata cinema!

Questa è una attività, piacevole senza dubbio, che ho introdotto da poco, e cioè da quando ho colto la preponderanza del tedesco sull’italiano. Non che prima non si guardasse la tv, ma ora abbiamo una sera fissa a settimana in cui si possono, nell’ordine:

  • -          Mangiare un po’ di schifezze
  • -          Mangiare sul divano (che non si fa per i figli!!!)
  • -      Guardare un bellissimo film/cartone per la famiglia in italiano (o nella lingua da rinforzare).


La faccenda è talmente piacevole e divertente, che la Maxi non vede l’ora che arrivi il prossimo venerdì per fare la nostra serata cinema, ed il fatto che noi le si proponga in maniera fissa la visione di qualcosa in italiano non è in alcun modo percepito come un dovere, un compito o una noia.

Per ora, essendo la Maxi appena scolarizzata, tutto questo è sufficiente per bilanciare più o meno l’esposizione alle due lingue: sicuramente crescendo, con l’inizio della scrittura autonoma, le sfide aumenteranno, ma ai duri piace giocare quando il gioco si fa duro!

A proposito, avete film a tema Halloween da consigliarci per i venerdì del mese che restano? Io ho già qualche idea, ma nuovi pareri sono sempre bene accetti!

Come procede il vostro bilinguismo bambino?


Un saluto dalla vostra insalata, e dalle sue piccole insalatine!😄

lunedì 31 luglio 2017

6 CONSIGLI PER NON TRASFORMARE UNA VACANZA STUDIO IN UNA... CACANZA STUDIO!

Serve dirlo? Anche stavolta, contributo artistico della Maxi!
Mi ricorda un po' lo stile Burberry, non trovate?
Estate, classico tempo di valigie, di vacanze, di viaggi (noi la scorsa settimana abbiamo avuto un’estate di 13 gradi e pioggia torrenziale, ma è un dettaglio!). Cosa c’è di meglio, allora, che combinare la maggior quantità di tempo a disposizione, con l’opportunità di entrare a contatto con una lingua, proprio nel paese in cui si parla? Esatto, miei perspicaci amici, oggi voglio parlarvi dei viaggi studio, anzi, voglio condividere con voi una riflessione sui viaggio studio, a partire dalle mie esperienze personali, per tirare fuori pro e contro di un’esperienza che tanto più sarà utile quanto più sarà strutturata.  Tra un sorso di menta ghiacciata e una croccante fettina di noce di cocco, addentriamoci nel discorso, sognando il fascino delle valigie da chiudere e di un aereo da prendere.

Personalmente, ho fatto esperienza di due tipi di viaggi studio: gli scambi culturali scolastici, tra le scuole medie e le scuole superiori, e il classico viaggio prenotato tramite agenzia apposita. Tutti quanti sono stati per me momenti di enorme apprendimento, non soltanto dal punto di vista strettamente linguistico, ma anche e soprattutto da quello delle “culture comparate”, se così vogliamo definirlo. Una lingua è un po’ come un buon cibo, ed assaggiarla lì dove nasce ha tutto un altro sapore; per questo ho voluto fare delle riflessioni, esposte per voi in una piccola lista – che non dobbiamo certo annoiarci! – perché, anche nel mare magnum dei viaggi studio, ci sono aspetti utilissimi e altri che, beh, sono magari sopravvalutati, o addirittura evitabili.

So che molti genitori investono in queste attività, nella speranza che i loro pargoli in 1/2/3 mesi “almeno imparino l’inglese (o lingua a vostra scelta)!”. Ecco, mi spiace darvi una delusione, cari genitori, ma non è proprio così. Soprattutto se fino al giorno prima di partire, il virgulto era poco sopra il livello ”the cat is on the table”. Il viaggio studio, preso così quasi fuori da un contesto, ha poche probabilità di funzionare per questi due validissimi motivi:

1.     Imparare una lingua è un’attività che richiede un impegno, ed un’immersione, costanti. La pretesa per cui andare un paio di mesi l’anno in un paese e frequentare 5 ore di scuola sia sufficiente per imparare una lingua è, quanto meno, un po’ irrealistica. E’ vero, è innegabile, le lingue si imparano meglio sul posto, ma pensateci bene: quanto di questo posto viene effettivamente veicolato se si frequenta una scuola e si vive in un college? Si crea una sorta di atmosfera “ovattata” che può avere anche ben poco del paese in cui ci si trova.
2.       L’andamento è in genere più o meno questo: prima settimana di studio matto e disperatissimo, entusiasmo alle stelle, sei carico a pallettoni. Dopo il primo weekend passato a girare da solo, a parlare con i muri o a saltare da un canale all’altro di una tv incomprensibile, ti ricordi che hai lavorato/studiato tutto l’anno e che, oh, vorresti pure riposarti, e chi te la fa fare tutta questa fatica per scambiare anche solo due parole? E’ così che si tira fuori uno strumento, o forse un’arma, che si mette in gioco solo nei casi in cui la sopravvivenza è a rischio, uno strumento che ignoriamo, o forse deridiamo, prima di sapere quanto ci servirà: il RADAR RACCATTA-CONNAZIONALI.  Da quel momento in poi, preda di una sordità selettiva, ci lasceremo guidare dalle nostre orecchie che capteranno solo suoni provenienti dalla lingua madre. Saremo capaci di stanare altri italiani anche nel pieno di un concerto dei Prodigy, a loro giureremo eterna devozione e amicizia – o almeno, finché il viaggio durerà -  ed ecco che l’immersione ne “la cultura e la lingua del paese ospitante” è bella che finita.

   Quindi, ci stai dicendo che i viaggi studio sono inutili? Niente affatto. I viaggi studio sono una risorsa preziosa non soltanto, come dicevo, per l’apprendimento della lingua, ma anche per comprendere altre culture, confrontarsi, mettersi in discussione. L’apertura mentale, c’è forse un regalo più grande che potremmo farci, o fare ai nostri figli? 

    Quello che mi sento di consigliare, quando si sceglie di affrontare questo tipo di attività, è progettarla con cura e attenzione, per favorire al massimo l’immersione culturale e ricavare il più possibile dall’esperienza. Stiamo parlando, in linea di massima, di un piccolo “lusso” nell’ambito dello studio delle lingue (non parlo tanto dell’aspetto economico, benché esso abbia la sua importanza, quanto della possibilità di ritagliarsi un tempo e un luogo per l’apprendimento delle lingue veramente ad hoc, cosa che non sempre è possibile), vale la pena prendersi del tempo per fare le scelte più mirate.

·         Non dimenticate che il viaggio studio è un quid in più, in un percorso di apprendimento che deve necessariamente durare anche tutto il resto dell’anno – non che ci si debba esercitare come i Marines delle lingue, ma è chiaro che per fruttare deve essere sostenuto da un lavoro continuo, costante anche se piccolo. Ad esempio, se il nostro contesto familiare e sociale non fosse bilingue, alle bambine (ok, soprattutto alla Maxi) non basterebbero certo le visite dai nonni per imparare l’italiano; non avrebbero ragione di ciò né i genitori italiani, né le radici italiane, né la bellezza della lingua, né altro che la costanza con cui, in casa, si parla italiano. Come detto sopra, se puntate solo su questa esperienza per imparare una lingua, investite i vostri soldi in una vacanza vera e propria.

·         Datevi degli obiettivi realistici (fortemente legato al punto sopra): se partite da 0, tre mesi non saranno mai sufficienti per imparare una lingua. Avranno un valore sicuramente più alto rispetto ad un corso di tre mesi fatto a casa vostra, vi permetteranno di vedere la lingua calata nel suo contesto, di legarla anche a esperienze reali, che è un modo fantastico di tenere a mente le cose, ma… Una lingua è un mondo, è l’espressione di una cultura nel tempo e nello spazio, è vita, anzi, sono milioni di vite che si intrecciano… Realisticamente, come si può impararla in tre mesi (è stato scientificamente provato che il processo di osmosi, per quanto riguarda l’apprendimento delle lingue, non vale)?

·         Scegliete la possibilità di essere ospitati in famiglia piuttosto che un college o un dormitorio, per avere la possibilità di mettere in pratica continuamente quello che si apprende, per vivere la cultura. Quello che questa esperienza può dare in termini di apprendimento, di adattamento, di apertura mentale, di umanità non ha paragoni con altro. Io sono sempre andata come ospite: non tutte le famiglie potevano corrispondere al mio “ideale” di famiglia, come è giusto che sia, ma ogni esperienza mi ha lasciato moltissimo, quello che l’ambiente impersonale di un college o un dormitorio non può darti.

·         Scegliete di partire da soli: perché è dura, non lo nego, ma partire con amici significa, al 99%, non parlare mai la lingua al di fuori delle ore di studio. Per quel prezzo, a questo punto, potete pagarci un corso di un anno comodamente a casa vostra.

·         Scegliete di fare un viaggio di meno, piuttosto, e fatelo bene. Partite quando vi sentite pronti, quando sentite che sarete in grado di assimilare al meglio, e non perché lo fanno tutti. La motivazione è la prima vera molla che vi permette di apprendere, sfruttatela come innesco per far partire il razzo al momento opportuno.

·    Scegliete, se è possibile, un’esperienza lavorativa anche stagionale, anche breve,all’estero; in base all’età, alla possibilità, e se avete almeno una base di lingua. L’ambiente di lavoro è estremamente performante anche se impegnativo, nessuno lì è pagato per ripetervi le cose fino a che non le capite, e la capacità di sopravvivenza linguistica verrà fuori molto prima, tumultuosa, magari inizialmente meno ordinata ma senza dubbio atta al suo scopo, che è la comunicazione.

La vacanza studio è un'opportunità, una possibilità, una scelta in più: scegliete di renderla di valore, e di dare un valore al vostro impegno.

Buon viaggio!


lunedì 17 luglio 2017

Cinque consigli caproni per disinnescare la vergogna di parlare – male – una lingua!

Il post di oggi non vuole offrirvi consigli “classici”, di metodologia di studio, di memorizzazione, o di qualsivoglia approccio alla lingua straniera; va però a scavare in una nicchia del nostro comportamento, che spesso ci attorciglia la lingua e ci secca la gola – metaforicamente parlando, ovvio: la vergogna. Ora, è perfettamente normale sentirsi “lo scemo del villaggio” quando si parla da stranieri una nuova lingua, soprattutto in un contesto in cui tutti gli altri sono madrelingua – al lavoro, a casa dei vicini, al parco con i bambini… La cosa che si dovrebbe evitare, però, è lasciare che questa vergogna ci impedisca di tirare fuori le nostre rudimentali capacità comunicative, limitando la nostra partecipazione a cenni della testa e sorrisi di circostanza, che oltre a farci rischiare una paresi facciale non ci fanno fare, tutto sommato, una miglior figura del parlare – anche male, sì!
Per aiutarvi in questo intento, che alle volte è più difficile del mettersi a tavolino e studiare a memoria declinazioni, paradigmi, liste di vocaboli o quello che volete, ho compilato una lista di consigli caproni, piccola quanto basta per potervela tenere a mente quando vi piglia la sudarella e vorreste scappare lontanissimo, pur di evitare di dire due parole in croce. Non dimenticate che l'esercizio fa il maestro, e che sbagliando si impara, e soprattutto che non ci sono più le mezze stagioni.

1.  La produzione passiva di una lingua viene sempre prima di quella attiva. “Che mi significa?”. Banalmente, significa che prima di essere in grado di “produrre” la lingua, sarete in grado di capire quando gli altri parlano. Fateci caso, magari ascoltate una notizia al telegiornale, o alla radio, e siete perfettamente in grado di ripetere quello che hanno detto nella vostra lingua, ma cascasse il cielo se ci riuscite in quella straniera. Ecco, il meccanismo è questo. Non buttatevi giù quindi, state solo seguendo lo sviluppo naturale dell’acquisizione del linguaggio.

2.   Voi, una lingua che sapete perfettamente, ce l’avete già. Ricordatevi questa cosa quando la confusione che vi regna in testa vi fa sentire l’ultima ruota del carro in mezzo a un caos di suoni sconosciuti. Voi state imparando una SECONDA (o anche terza, quarta ecc.) lingua, ergo avete una conoscenza in più rispetto agli altri, quindi non permettete che la vostra attuale immaturità comunicativa –che migliorerà certamente con il tempo - vi faccia sentire da meno.

3. Lasciate che l’interlocutore possa mettersi nei vostri panni. Non siete soli là fuori, non dimenticatelo mai. Molto spesso, forse più di quanto non si pensi, anche il nostro interlocutore madrelingua potrebbe avere qualcosa da dire sull'apprendimento di un'altra lingua. In Germania ad esempio, è molto diffusa l’abitudine di studiare le lingue straniere anche solo per passione, come hobby, con corsi serali (io insegno italiano in una scuola di questo tipo). Tantissime persone potrebbero perciò capire la difficoltà che fate voi nell’esprimervi correttamente, e anzi condividere con voi le difficoltà che loro stessi hanno avuto – una mia amica ad esempio si rammarica di avere una R troppo tedesca per essere in grado di pronunciare bene lo spagnolo, oppure la mamma di un amichetto della Maxi mi raccontava che quando venivano i suoi parenti dal Canada, lei capiva ma non riusciva a dire una parola e ci restava malissimo!

4. Esercitatevi al telefono. So che la maggior parte delle persone è spaventata dal telefono – e ci credo! Manca la comunicazione non verbale: il contesto, le espressioni facciali, la gestualità… eppure si potrebbe sfruttare questo “anonimato” a nostro vantaggio. Che ne sa chi siete, la persona dall’altra parte dell'apparecchio? Non ci mettete la faccia, in senso stretto, potreste tranquillamente incontrarvi per strada e lui/lei non saprà mai che siete voi che chiamate sbagliando i verbi/le parole/la costruzione della frase… approfittate allora per prendere appuntamenti, chiedere informazioni, farvi recapitare a domicilio, ordinare, prenotare qualsiasi cosa! Se vi sentite insicuri, scrivetevi quello che volete chiedere e leggetelo le prime volte, vedrete che presto non vi servirà più. E se non capite? Chiedete cortesemente di ripetere (lo sapete che una delle primissime cose da imparare nella nuova lingua è chiedere “mi scusi non ho capito, può ripetere per favore?”, vero?).

5.       … e quando tutto il resto non funziona… se tutto questo ancora non vi aiuta, cari miei, vi passo il consiglio dei consigli caproni, quello che da tempo immemore viene tramandato di generazione in generazione in occasioni pregnanti come esami, prove, test. Guardate bene il vostro interlocutore, mettete in moto la vostra immaginazione e provate a pensarlo in queste vesti:                       


Forse, la cosa più sgradevole che potrà capitarvi a questo punto, sarà di scoppiare a ridergli in faccia! Sconsigliato durante i colloqui di lavoro!

Signori, si scherza! – o forse no? 😜


Buona insalata a tutti!

lunedì 3 luglio 2017

Bilingui per caso - plurilinguismi vari in famiglia

Abbiamo già parlato delle definizioni di bi- e plurilinguismo, abbiamo già chiarito che siamo praticamente tutti almeno bilingui e potenzialmente capaci di imparare ogni lingua (evvai!). Cosa significa ciò, che i tipi di bilinguismo siano tutti uguali? Direi di no – ok, non lo dico io, lo dice la linguistica, ma io non posso che trovarmi d’accordo.
Nella mia famiglia, siamo tutti e 4 cittadini italiani, in casa si parla solo italiano, eppure rientriamo ognuno in una categoria differente! Vediamo come questo sia possibile:

IO:
madrelingua italiana, nata e vissuta in Italia, come sapete conosco ad oggi 6 lingue, ma nessuna di queste è stata appresa da me in prima istanza in un contesto diverso da quello dello studio. Ho studiato tutte le lingue straniere che conosco, alcune le conosco meglio, altre peggio, alcune si sono specializzate in base alle esperienze lavorative, o di vita, che con loro mi hanno accompagnata. Il mio si potrebbe definire plurilinguismo consecutivo tardivo; ho appreso tutte le altre lingue dopo l’acquisizione della mia lingua madre, e la scolarizzazione. Attenzione, questo non vuol dire che superata questa età non si sia più in grado di apprendere le lingue, tutt’altro – sì, parolacce incluse!

MARITO:
madrelingua italiano, nato e vissuto in Italia, portatore sano del virus dell’”io non sono portato per le lingue!”, ha cercato di schivare il più possibile lo studio obbligatorio dell’inglese a scuola fino a quando il destino beffardo, guarda un po’, gli fa trovare lavoro in Germania. Niente, tocca studiare. E ce l’ha fatta, eh! Lo definiamo, suo malgrado, bilinguismo consecutivo tardivo.



LA MAXI:
madrelingua italiana, nata e vissuta in Italia fino ai quasi quattro anni, poi BUM, trasferimento in Germania, si va in un asilo dove non capisce un’acca, si autoproduce mal di pancia e mal d’orecchie psicosomatici (con conseguenti sensi di colpa e stracciamenti di vesti genitoriali, ovvio) e poi questo tedesco arriva, così come è entrato passivamente nella sua testa esce in maniera attiva sempre più fluente. Alle soglie della scuola elementare, con i suoi 6 anni e mezzo (abbiamo scelto per lei l’”anno del re”, ritardandole di un anno l’ingresso a scuola, per motivi che esulano da questo post, ma se vi interessasse l’argomento fatemelo sapere, potremmo approfondirlo insieme) la Maxi è fluente in entrambe le lingue, parla senza accenti (non evidenti almeno), conosce anche il meraviglioso dialetto locale (AAAAAAARGH!!!!), è un caso di bilinguismo consecutivo precoce: la sua madrelingua è l’italiano, ma l’apprendimento della seconda è avvenuto prima della scolarizzazione, in quel modo meccanico-sensoriale tipico dell’apprendimento precoce, che non è mediato dalla conoscenza pregressa di strutture grammaticali e dal ragionamento – come invece avviene negli adulti.

LA MINI:
la Mini, 9 mesi, ancora non parla, si sfoga in continue lallazioni in cui compare in continuazione MAMMAMAMMAMAMMA, ma anche PAPAPA, o anche MAMMAPAPA (e anche TETTE, vabbè), e così via. Il suo ambiente, benché sia prevalentemente italiano in famiglia, non è monolingue: sua sorella gioca continuamente in tedesco, la maggior parte delle persone che frequenta casa nostra parla tedesco, al di fuori della porta di casa si parla tedesco, la TV e la radio sono prevalentemente in tedesco. Il suo sarà un caso di bilinguismo naturale, è probabile che i suoi primi tentativi seri di comunicazione saranno un’insalata (ma va'?!) in cui mischierà parole di entrambe le lingue, ed è possibile anche che parlerà più tardi rispetto a bambini immersi in un ambiente monolingue, perché ha un registro di input più ampio da dover gestire. Nessuna paura, in ogni caso: se anche voi avete bimbi nella stessa situazione, sappiate solo dare loro il tempo che serve per selezionare e dividere i registri linguistici, che è quello che avverrà naturalmente crescendo, senza forzature.

E voi, in quale categoria vi riconoscete?

Per un velocissimo approfondimento sulle definizioni, per sapere in quale categoria rientrate, vi rimando a questo link: http://www.jezik-lingua.eu/it/13906/Che-cosa-significa-il-termine-bilinguismo


Anche questa volta, il contributo grafico è gentilmente offerto dalla Maxi.